Chi siamo

RecidivaZero APS nasce nel 2019 dopo una lunga gestione all’interno dell’associazione Forza dei Consumatori. Considerando il fatto che anche i detenuti, seppure ristretti, fanno parte del sistema economico, sociale e talvolta politico nazionale, ci è sembrato opportuno distinguerla come entità a parte. L’idea alla base del progetto è rigorosamente guidata dalla Costituzione italiana, segnatamente dall’art. 27 che al comma 3 recita: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”, non sempre applicato alla lettera nel suo dettato. Il nostro obiettivo è quello di contribuire alla sua attuazione, pur consapevoli di tutte le difficoltà che esso comporta: attività formative limitate, tempo vuoto che non prepara al reinserimento e risorse insufficienti rispetto ai bisogni reali.

In questo spazio, realtà come la nostra provano a intervenire, spesso operando in un contesto organizzativo complesso. Il lavoro all’interno degli istituti richiede il coordinamento con Direzioni impegnate a gestire equilibri delicati, sicurezza, responsabilità e risorse limitate, e questo comporta naturalmente tempi, cautele e procedure che chi opera dall’esterno deve imparare a conoscere e rispettare. Non è un ostacolo imputabile a singole scelte, ma la conseguenza di un sistema che, nel suo complesso, non ha ancora trovato gli strumenti per rendere strutturale, e non eccezionale, la collaborazione con il terzo settore.

A questo si aggiunge una carenza di organico che riguarda l’intero sistema penitenziario italiano: operatori sociali, psicologi, medici ed educatori sono presenti, secondo i dati più recenti, in numero largamente insufficiente rispetto alla popolazione detenuta, con punte critiche in cui si arriva anche a un solo educatore ogni novanta o più persone recluse. Le associazioni non colmano questa carenza per scelta ideologica, ma perché, semplicemente, altrimenti nessuno lo farebbe.

Non solo chi è detenuto: anche chi lavora dentro il carcere ne paga il prezzo

È importante ricordare che le difficoltà del sistema penitenziario non gravano soltanto su chi sconta una pena. Anche il personale interno — in particolare la Polizia penitenziaria — vive quotidianamente le conseguenze del sovraffollamento e della carenza cronica di risorse: turni massacranti, organici ridotti, un carico psicologico enorme. Le aggressioni nei confronti degli agenti sono in costante aumento, e purtroppo anche tra le loro fila si registrano episodi di suicidio, segno che il disagio del sistema attraversa entrambi i lati delle sbarre.

Il sovraffollamento: un’emergenza strutturale

Il tasso di affollamento delle carceri italiane ha superato, secondo gli ultimi dati disponibili, il 138% della capienza regolamentare, con decine di istituti oltre il 150% e alcuni oltre il 200%. Un fenomeno che non nasce da un aumento della criminalità — i reati registrati sono sostanzialmente stabili da anni — ma è in larga parte la conseguenza di un progressivo inasprimento normativo, con nuove fattispecie di reato e pene più lunghe introdotte negli ultimi anni. Il risultato è un sistema che si riempie più velocemente di quanto riesca a costruire spazi, percorsi e personale adeguati.

A questo si lega un dato ancora più drammatico: il numero dei suicidi nelle carceri italiane, che negli ultimi anni ha toccato livelli tra i più alti mai registrati, con decine di casi ogni anno. Un tasso che, se rapportato alla popolazione libera, avrebbe proporzioni impensabili. Ogni suicidio in carcere rappresenta una sconfitta collettiva, ed è anche per contrastare questa deriva che il lavoro delle associazioni diventa essenziale: presenza, ascolto, attività, relazioni con l’esterno sono tra i pochi strumenti concreti in grado di incidere sul senso di isolamento e disperazione che alimenta questi numeri.

Il peso, spesso dimenticato, sulle famiglie

C’è infine un aspetto che raramente viene detto con chiarezza. La legge afferma che “la responsabilità penale è personale” — ma questo principio, nei fatti, non regge fino in fondo. Lo stigma della detenzione non si ferma alla persona condannata: ricade sulle famiglie, che lo portano visibilmente e invisibilmente. Sono le famiglie a sostenere gli spostamenti — spesso lunghi e onerosi, data la distanza tra il luogo di residenza e l’istituto di detenzione — a farsi carico economicamente del sostentamento del detenuto, e a subire il giudizio sociale che la pena, formalmente, dovrebbe colpire un solo individuo.

Come è stato osservato — spesso con parole attribuite a Voltaire, benché il concetto attraversi il pensiero di più autori, da Dostoevskij a Churchill — il livello di civiltà di una nazione si misura anche da come tratta chi si trova recluso nelle sue carceri. È una misura che riguarda i detenuti, ma anche chi li sorveglia, chi li accompagna e chi, fuori, continua ad amarli.

RecidivaZero APS nasce per lavorare su tutti questi fronti: sostenere percorsi reali di reinserimento, affiancare le famiglie, e contribuire — nel concreto, non nei proclami — a dare finalmente contenuto a quell’articolo 27 che l’intero sistema, ancora oggi, fatica a rispettare pienamente.